Giuseppe Verdi. Opera Overtures

Eleorg18056
Formato: 1 CD
CD: Disponibile
Price : 14,50 € + Spedizione
Compositori
Giuseppe Verdi
Artisti
Roberto Cognazzo
 
 

Le ouvertures di Verdi dall’orchestra all’organo

Uno dei più sconcertanti capitoli della storia della musica europea è, senza dubbio, quello rappresentato dalla convivenza tra melodramma e liturgia, che si sviluppò in Italia tra il 1810 (esordio operistico di Rossini) e il 1871 (trionfo dell’Aida di Giuseppe Verdi). L’egemonia dell’opera lirica sul gusto musicale degli italiani, favorita dal continuo succedersi di capolavori subito passati a definitiva popolarità, influenzò presto altri generi musicali, in particolare la produzione vocale sacra (messe, vespri, mottetti) e ancor più la pratica organistica e organaria. Infatti, a partire dalla fine del XVIII secolo l’organo italiano ampliò progressivamente le proprie timbriche, aprendosi a registri di imitazione orchestrale (tromba, fagotto, clarone, corno inglese, trombone, timpani, campanelli, grancassa e piatti), che rendevano possibile la trascrizione tanto dello stile operistico, quanto del repertorio teatrale vero e proprio. Per quasi un secolo, quindi, le chiese italiane risuonarono di echi melodrammatici, la parte più cospicua dei quali è formata da veri e propri estratti operistici: arie, duetti, cori e – soprattutto – ouvertures. Tutto questo, adattato all’organo nei modi più svariati, partendo dalle trascrizioni per pianoforte usate dagli amateurs. Il trasferimento dell’opera all’organo non è peraltro cosa facile. Se, nell’Ottocento, in pieno clima melodrammatico, molte situazioni esecutive potevano riuscire spontanee, ben diverso è stato riprendere questa prassi a distanza di oltre un secolo, dopo il terremoto causato dalla riforma ceciliana (1903) e dal conseguente ripudio dell’organo romantico-risorgimentale e della sua letteratura. Questo radicale mutamento organaro e organistico cancellò per oltre mezzo secolo ogni traccia filolirica dalle chiese italiane. La costruzione di nuovi organi, esemplata su modelli franco-tedeschi, e le modifiche spesso devastanti apportate agli strumenti ottocenteschi, in un vano tentativo di aggiornamento, determinarono una vera e propria ostilità culturale, proseguita fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando l’acuto senso storico dell’organista Luigi Ferdinando Tagliavini – peraltro non particolarmente vicino al teatro d’opera – avviò il recupero filologico della nostra organaria ottocentesca e, di conseguenza, del suo repertorio e dei pochi, ma importantissimi, testi didattici nei quali sono frequenti espliciti richiami a brani operistici trasferiti all’organo. Partendo dalla lezione di Tagliavini e dagli spunti contenuti nei venerandi manuali di Calvi, Castelli e Arrigo, l’esecutore di questo CD iniziò nel 1972 la pratica organistica di stampo teatrale, servendosi di fotocopie ricavate da polverosi archivi. Esaurito in breve tempo l’interesse per gli autori puramente organistici in quanto – a ben guardare – Giovanni Morandi, Padre Davide da Bergamo e Vincenzo Petrali non raggiungono, neppure da lontano, la statura di Rossini, Mercadante, Donizetti, Bellini e Verdi, chi scrive approfittò di una provvidenziale registrazione discografica del 1983, effettuata sul grande Serassi del Duomo di Valenza (Alessandria) in quegli anni restaurato quasi filologicamente dalla ditta Piccinelli di Ponte Ranica (Bergamo), per testare la riproduzione di alcune ouvertures operistiche. Accanto a pagine di Rossini, Auber e dell’oggi sconosciuto Carlo Pedrotti, figura in quell’ormai introvabile LP, l’ouverture del Nabucco verdiano. Se da un lato le giornate di studio nella vasta e gelida chiesa valenzana rivelarono una stretta prossimità tra le sonorità orchestrali e quelle organistiche, segno evidente di quanto, a quei tempi, l’organo fosse integrato nel costume musicale, dall’altro dimostrarono la necessità di un complesso filtro tecnico tra la versione pianistica e la riconversione all’organo. I passaggi di note ribattute, note doppie e ottave, certi disegni dei bassi, gli intrecci polifonici e le dinamiche in crescendo e diminuendo, così naturali all’ascolto e all’esecuzione pianistica, diventarono quesiti da sciogliere, rifacendo la scrittura senza peraltro impoverire il tessuto musicale. Il contenuto del presente CD rispecchia pertanto il risultato di un trentennio di lavoro sulle maggiori fonti operistiche comprese tra Mozart e Puccini (1786-1924), proponendo, in particolare, la serie quasi completa (le omissioni sono del tutto volontarie) dalle ouvertures verdiane comprese tra il 1839 (Oberto, Conte di San Bonifacio) e il 1869 (versione milanese de La forza del destino). Lasciate quindi da parte le ouvertures di Alzira, Aroldo e Aida (quest’ultima sconosciuta ai più), possiamo seguire attraverso le otto ouvertures comprese nel CD un trentennio di creatività verdiana, tradotto attraverso le sonorità di quattro strumenti costruiti da organari di varia importanza e notorietà, accomunati dal desiderio di ricreare una tavolozza timbrica il più possibile varia e seducente. L’adattamento della stesura orchestrale già mediata dalla versione pianistica richiede, data la sterminata varietà degli organi, una esplorazione sempre rinnovata che, come tutte le esplorazioni, non è esente da sorprese. Non è raro, infatti, che la riuscita dell’adattamento sia inversamente proporzionale alle dimensioni dell’organo e che uno strumento dotato di pochi, ma ben personalizzati registri, possa rendere in modo adeguato brani grandiosi come il finale del secondo atto dell’Aida verdiana o certe complesse pagine di Wagner o Meyerbeer. In ogni caso, l’ascolto di queste ouvertures deve essere riferito all’esperienza organistica di Giuseppe Verdi che iniziò, intorno al 1820, sul piccolo strumento della natia borgata delle Roncole e proseguì a Busseto e in altre località tra Parma e Piacenza, fin quasi al debutto scaligero nel 1839. In molti tratti di queste musiche sono evidenti gli echi della prassi organistica dell’epoca, portata al massimo splendore da Padre Davide da Bergamo (1791-1863) che, per vari decenni, fu il celebrato titolare del grandioso Serassi della Basilica di Santa Maria di Campagna, in Piacenza. È certo che Verdi ascoltò più volte il celebre frate, dalle cui composizioni apprese ben più che dalle modeste pagine del suo maestro bussetano Ferdinando Provesi. Ma, lasciando da parte il lungo e complesso periodo di formazione, culminato nel triennio milanese con Vincenzo Lavigna (già assistente di Paisiello), che accolse e perfezionò il futuro genio, respinto dal conservatorio, è opportuno, avviandoci alla conclusione, considerare il trentennio musicale compreso nel CD, cogliendone le più o meno esplicite influenze organistiche. I primi tre brani (Oberto, Il finto Stanislao, Nabucco) sono, senza dubbio, influenzati dalla contemporanea scrittura tastieristica. In particolare, la divertente ouverture del Finto Stanislao (la sfortunata seconda opera verdiana, conosciuta anche con il titolo Un giorno di regno) sembra essere stata pensata per uno strumento fornito di campanelli, rullo, grancassa e piatti. E quasi lo stesso si può affermare per le ouvertures di Giovanna D’Arco, attraversata da rombi temporaleschi e accenti pastorali e, ancor più, per le eroiche atmosfere de La battaglia di Legnano, un autentico saggio di patriottismo musicale che, attraverso i nostri grandi organi ottocenteschi, riceve una verosimiglianza sonora pari a quella orchestrale. Un diverso discorso, infine, riguarda i tre ultimi brani che – separati tra loro da vari anni – segnano il progressivo evolversi del pensiero verdiano, anche nello specifico settore dell’ouverture. Va da sé che il graduale approfondirsi dell’esperienza sinfonica prevale via via sulla precedente linearità, allontanando alquanto il rapporto con il pensiero organistico. Tuttavia, di fronte a pagine quali le ouvertures di Luisa Miller, I vespri siciliani e La forza del destino non poteva mancare, nei migliori organisti di quel tempo, il desiderio di cimentarsi con pagine tanto dense di contenuti musicali. Se la breve, romanticissima, ouverture di Luisa Miller, quasi un omaggio a Carl Maria Von Weber, non presenta soverchie difficoltà di adattamento, anche per la concisione della stesura (si tratta della più breve ouverture verdiana), altro è il discorso su I vespri siciliani e La forza del destino. Qui la struttura sinfonica esige una rilettura profonda, per adeguare il dettato orchestrale, senza impoverirlo né travisarlo. Sfida che i grandi organi italiani tardo ottocenteschi raccolgono e sostengono, celebrando, in tal modo, l’ultimo storico episodio della quasi centenaria convivenza tra melodramma e liturgia. (Roberto Cognazzo)

Altre notizie su questo CD
Registrazioni: Overture from Oberto (1839), Organo Felice Bossi, 1853, San Giorgio Canavese; Overture from Il finto Stanislao (1840), Organo Tiburzio Gorla, 1856, Coassolo Torinese; Overture from Nabucodonosor (1842), Organo Fratelli Serassi, Op.686, 1865. Chivasso; Overture from Giovanna d’Arco (1845), Organo Tiburzio Gorla, 1856, Coassolo Torinese; Overture from Battaglia di Legnano (1849), Organo Fratelli Serassi, Op.686, 1865. Chivasso; Overture from Luisa Miller (1849), Organo Fratelli Serassi, 1873-1875, Grosotto; Overture from I Vespri Siciliani (1855), Organo Giacomo Vegezzi Bossi, 1872, Montanaro; Overture from La forza del destino (1869), Organo Fratelli Lingiardi, 1864, Gavi.
Booklet di 12 pag interamente a colori con testi in italiano e inglese
Contiene una biografia dell’artista
Include un commento musicologico 

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