Elegia Classics presenta il secondo volume delle sinfonie composte dal celebre musicista lombardo

Articolo scritto da Giovanni Tasso

Da sempre in prima linea nella valorizzazione del repertorio organistico del nostro paese, l’etichetta torinese Elegia Classics presenta il secondo volume di una serie dedicata alle sinfonie di Padre Davide da Bergamo,

uno dei compositori più rappresentativi del peraltro ancora oggi assai poco valorizzato Ottocento strumentale italiano, oggi conosciuto quasi esclusivamente per la Sinfonia col tanto applaudito inno popolare (che altri non era che l’inno nazionale asburgico).

Protagonista di questa interessante registrazione è Luca Scandali, solista di grande talento originario di Ancona, che gli appassionati piemontesi hanno imparato ad apprezzare nel corso dei frequenti concerti da lui tenuti nella rassegna Organalia.

Nel corso del XIX secolo il panorama musicale italiano venne quasi monopolizzato dall’opera grazie agli innumerevoli capolavori di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e di molti altri autori un tempo famosissimi e oggi quasi dimenticati come Pacini e Mercadante.

Il repertorio strumentale fu coltivato con profitto da autori di talento, ma non riuscì mai a diventare l’espressione culturale del paese come invece era avvenuto negli stessi anni nelle nazioni di lingua tedesca con Beethoven, Schubert, Mendelssohn, Schumann e Brahms che divennero i principali alfieri del Romanticismo.

Tra i protagonisti del repertorio strumentale italiano spicca Padre Davide da Bergamo, al secolo Felice Moretti, compositore nato nel 1791 in uno dei periodi musicalmente più felici della città lombarda.

Dopo aver iniziato gli studi di organo prima con Davide Bianchi e poi con Antonio Gonzales, il giovane Felice entrò nella classe di composizione del celebre Giovanni Simone Mayr, dove ebbe come condiscepolo Gaetano Donizetti, più giovane di lui di sei anni.

A 17 anni ottenne il posto di organista nella Parrocchia di Torre Boldone, per poi trasferirsi a Zanica e a Gandino, ma nel 1818 decise di entrare nel convento dei frati minori di Madonna di Campagna a Piacenza, dove l’anno seguente venne consacrato sacerdote.

La scelta della professione religiosa non allontanò dalla musica il neo Padre Davide Maria da Bergamo, che – oltre a portare avanti una intensissima attività compositiva – ebbe la possibilità di entrare in contatto con la famiglia di organari Serassi di Bergamo, di cui nei decenni successivi collaudò parecchi organi in Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria.

Nella vasta produzione per organo di Padre Davide – comprendente oltre 2500 brani, per la maggior parte di carattere sacro – rivestono un ruolo di particolare interesse le circa settanta sinfonie, che sotto l’aspetto formale ricalcano il modello rossiniano, adottandone la brillantezza non esente da passaggi virtuosistici e la ricchezza del linguaggio.

Per dare libero sfogo alla sua prorompente fantasia, Padre Davide concepì le sue opere per la ricchissima tavolozza timbrica degli organi sinfonici di Serassi, Bossi e Lingiardi, sviluppando con notevole personalità il modello elaborato in precedenza da Giovanni Morandi, come si può notare nella Sinfonia con trombe e fagotti obbligati e risposte in Eco, strutturata nel classico schema in due movimenti.

Questa scrittura diretta e ricca di effetti venne accolta con grande favore da molti contemporanei, che vi ravvisarono chiaramente lo spirito dell’epoca, ma comunque non mancarono critiche dai commentatori più retrivi, come si può leggere in un articolo pubblicato il 5 dicembre del 1868 – cinque anni dopo la morte del compositore – sulla Gazzetta di Venezia: «poteva meglio piacere al volgo per vivacità di esecuzione, per uno sbrigliato affastellamento di motivi brillanti, che si affollavano alla sua mente, spesso per reminiscenza, ma pur anche talvolta per propria creazione; ma invano cercheresti in lui quella assennatezza di composizione, quella profonda cognizione delle più difficili combinazioni armoniose, quella dotta esecuzione, che formano il vero pregio di un organista, qualità che nel Petrali non vengono mai meno».

Questi rilievi ingenerosi e in gran parte ingiusti – che esprimono l’estetica riformista del movimento ceciliano – sono stati oggi superati dal generale apprezzamento dell’arte di un autore brillante e immaginifico, che seppe spingersi oltre le rigorose convenzioni organistiche in un periodo ricco di fermenti musicali.

Fonte: Civico 20 News

 

Roma. La Fondazione Primoli ha ospitato una giornata di studi sul Progetto Clori, volto a catalogare l’immenso patrimonio della cantata italiana.

Articolo scritto da Giovanni Tasso

Nel 2006 la Società Italiana di Musicologia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e l’Istituto Italiano per la Storia della Musica avviarono l’Archivio della Cantata Italiana Clori, un progetto estremamente ambizioso, volto a catalogare i manoscritti e le edizioni a stampa delle cantate italiane custodite nelle biblioteche europee, la maggior parte dei quali versava in uno stato di completo oblio da secoli.

Questa iniziativa, coordinata e diretta da Teresa Gialdroni (Università di “Tor Vergata”) e Licia Sirch (Conservatorio di Milano) andava a colmare una grave lacuna, che – anche in una fase di vigorosa riscoperta del repertorio barocco – aveva finito per relegare la cantata in un ruolo di secondo piano del tutto immeritato. Infatti, la cantata da camera – così come l’opera – rappresenta meglio di qualsiasi altro genere fiorito tra il XVII e il XVIII secolo l’essenza della civiltà barocca, grazie a un armonioso connubio tra la musica, la poesia, l’arte, l’eredità dell’epoca classica (come le vicende mitologiche e i personaggi della storia greca e romana), i vagheggiamenti arcadici per il semplice mondo dei pastori e delle ninfe e i non infrequenti intenti encomiastici nei confronti dei potenti dell’epoca, che in questo modo hanno potuto fruire di una insperata immortalità.

Questo progetto è stato portato avanti con passione e impegno da un gran numero di studiosi e di allievi delle facoltà musicologiche del nostro paese e si è concretizzato nel sito web consultabile liberamente www.cantataitaliana.it, che oggi contiene le schede di oltre 10.000 cantate composte tra il 1620 e i primi anni del XIX secolo, con una netta prevalenza di opere scritte nella prima metà del Settecento.

Ogni scheda prende in esame una cantata, indicando un gran numero di informazioni, tra cui la collocazione, la data di composizione, l’autore, l’organico vocale e strumentale, la descrizione analitica dei brani di cui si compone (recitativi e arie), il testo poetico e non di rado una o più immagini del manoscritto. Si tratta, quindi, di una risorsa di grande valore non solo per i musicologi, ma anche per gli studiosi di altre discipline (letteratura italiana, arte, teatro, storia), gli ensemble musicali, gli organizzatori di rassegne musicali e le case discografiche più sensibili al fascino dell’inedito, che in questo modo possono proporre al pubblico opere dimenticate da secoli, allargandone notevolmente gli orizzonti culturali.

Questa vocazione multidisciplinare del Progetto Clori è stata indagata nel corso della giornata di studi “Dal database alla ricerca: nuovi studi sulla cantata italiana”, tenutasi il 9 dicembre nella meravigliosa cornice della Fondazione Primoli di Roma.

Dopo i saluti istituzionali, la sessione mattutina presieduta da Giulia Giovani (Università di Siena) si è aperta con l’intervento di Klaus Pietschmann, professore della Johannes-Gutenberg-Universität di Mainz e membro del RISM (Répertoire International des Sources Musicales), che ha fatto una rapida disamina della genesi e dello sviluppo del Progetto Clori, sottolineandone l’efficacia, che ha portato a una sua maggiore integrazione nel RISM, un’istituzione con redazione centrale a Francoforte e numerosi sedi sparse in numerosi paesi, che si occupa della catalogazione e della documentazione delle fonti musicali di tutto il mondo.

Grazie a questa forma di integrazione, la cantata italiana potrà raggiungere più facilmente gli studiosi, esportando una delle nostre numerose eccellenze in campo musicale. Dopo questo intervento, al microfono si sono alternati Anna Bianco (Universiteit van Amsterdam), Luca Della Libera (Conservatorio di Frosinone), Sabine Ehrmann-Herfort (Istituto Storico Germanico), Chiara Pelliccia (ERC Project PerformArt), Florinda Nardi (Università di Roma “Tor Vergata”), Alessio Ruffatti (Conservatorio di Padova), Anna Tedesco (Università di Palermo), che hanno messo in evidenza i numerosi contributi positivi che il database ha portato nei rispettivi campi di studio, mentre il celebre controtenore Raffaele Pe e Giovanni Tasso (critico discografico e consulente di stagioni musicali) hanno aggiunto una serie di osservazioni più vicine alla realtà concertistica, sottolineando che il database non è ancora utilizzato come potrebbe (e dovrebbe) dalla maggior parte degli ensemble musicali, che potrebbero contribuire a “chiudere il cerchio”, portando lo studio musicologico alla piena fruizione del pubblico che affolla le sale da concerto e acquista i dischi di musica classica.

Nel pomeriggio Giacomo Sciommeri ha presieduto la sessione significativamente intitolata “Clori 2.0; un database per la ricerca futura”, nel corso del quale agli studiosi intervenuti in mattinata si sono aggiunti Gabriele Gamba (Sistema Bibliotecario di Reggio Emilia) e Rodolfo Zitellini (RISM), per discutere sul futuro del Progetto Clori, che prevede l’individuazione di supporti informatici sempre più efficaci, il proseguimento della ricerca d’archivio, la ricerca di un rapporto più proficuo con gli altri attori del panorama musicale e l’elaborazione di nuove strategie che possano portare la cantata alla conoscenza di un pubblico sempre più vasto, che non escluda anche i licei, nei cui programmi la storia della musica brilla per la sua totale assenza. Una pia illusione? Forse non del tutto.

Fonte: Civico 20 News

L’etichetta Elegia Classics vara un’innovativa collana per la valorizzazione di uno dei generi musicali più emblematici – e trascurati – del Barocco italiano.

Articolo scritto da Giovanni Tasso

Nell’articolo pubblicato di recente sul convegno “Dal database alla ricerca” tenutosi il 9 dicembre alla Fondazione Primoli di Roma, ponevo alla fine una domanda a cui davo una risposta vagamente positiva: può la cantata italiana – fino a questo momento largamente negletta anche nell’ambito della vigorosa riscoperta del repertorio barocco verificatasi nel corso degli ultimi decenni – riuscire a raggiungere un pubblico più vasto, che possibilmente comprenda anche i ragazzi e le ragazze dei licei? Il “Forse sì” che ho azzardato non si basa su ricette miracolose o su vane speranze, ma su un progetto che accarezzo da oltre un decennio e che – lo confesso – avevo quasi ammainato.

Tutto ebbe inizio nel 2006, quando la Società Italiana di Musicologia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e l’Istituto Italiano per la Storia della Musica avviarono l’Archivio della Cantata Italiana Clori, un progetto estremamente ambizioso, volto a catalogare i manoscritti e le edizioni a stampa delle cantate italiane custodite nelle biblioteche europee, coordinato e diretto dalle professoresse Teresa Gialdroni (Università “Tor Vergata”) e Licia Sirch (Conservatorio di Milano).

In quel periodo avevo appena interrotto la mia collaborazione con le riviste CD Classics e Orfeo, testate che chiusero tristemente i battenti poco dopo e che mi avevano permesso di entrare in contatto da un lato con un gran numero di cantanti e di ensemble di strumenti originali e dall’altro con parecchie etichette discografiche sia italiane sia straniere. Date queste premesse, mi venne naturale mettere insieme le cose e pensare alla realizzazione di una collana discografica, che potesse presentare almeno una parte dell’immenso materiale ordinato e schedato dal Progetto Clori nell’interpretazione dei migliori gruppi che in quel periodo si stavano affacciando alla ribalta.

Più che convinto da un’idea che mi sembrava valida sotto tutti i punti di vista, iniziai a cercare tra gli executive delle case discografiche che conoscevo qualcuno che condividesse almeno in parte il mio incontenibile entusiasmo. Purtroppo, in quegli anni stavano cominciando a profilarsi all’orizzonte i nuvoloni neri che nel giro di poco tempo avrebbero avuto conseguenze catastrofiche sul mercato del disco classico e nessuno dei miei interlocutori dimostrò un vero interesse per quello che io continuavo a considerare un progetto culturale della massima importanza. Tanto o poco, un’iniziativa di questo genere richiedeva un investimento, che nessuno sembrava disposto ad azzardare. Dopo una serie di incontri e di riunioni, mi vidi così costretto a mettere tristemente nel cassetto il progetto cantata, in fiduciosa attesa di tempi migliori.

Purtroppo, i tempi non solo non migliorarono, ma peggiorarono in maniera preoccupante, con un calo spaventoso di vendita e il fallimento di parecchie case discografiche e distributori sia italiani sia stranieri. A quel punto, mi misi (quasi) definitivamente il cuore in pace.

Questa situazione si sbloccò inopinatamente due anni fa, quando incontrai Piero Tirone, proprietario dell’etichetta Elegia Classics, torinese come il sottoscritto. A quel tempo, Elegia si dedicava solo al repertorio organistico, una nicchia nella nicchia della musica classica. Parlando, gli proposi di aprire la produzione dell’etichetta anche al repertorio vocale, ottenendo un’imprevedibile disponibilità. Sta’ a vedere –dissi tra me e me – che, dopo aver cercato un partner in tutta Europa, lo trovo a due passi da casa mia. Ragionando insieme, cercammo di trovare una soluzione a un problema non facile, ossia reperire i fondi per finanziare queste produzioni. E alla fine riuscimmo a individuare quella che parve subito la quadra in grado di fare funzionare il progetto.

In fondo, non si trattava di una soluzione difficile – le cose complicate funzionano solo di rado – e alla fine, con molto coraggio e un pizzico di incoscienza, decidemmo di partire.

La prima mossa fu quella di riprendere i contatti con le responsabili del Progetto Clori – che nel frattempo aveva provveduto a schedare oltre 10mila cantate dagli archivi di tutta Europa. L’appoggio della SIdM mi era apparso fin dall’inizio fondamentale per garantire al progetto discografico un alto valore culturale, che potesse spingersi oltre le logiche commerciali e di promozione di artisti ed ensemble, un punto di vista che fu subito condiviso dalle professoresse Gialdroni e Sirch. L’accordo con la SIdM garantiva la necessaria autorevolezza sotto il profilo scientifico (un apporto che spesso viene del tutto trascurato in ambito discografico), ma restava aperto il problema del finanziamento della produzione dei dischi e della comunicazione, che volevamo più capillare possibile.

A questo scopo pensammo di rivolgerci ai numerosi festival di musica antica del nostro paese, chiedendo ai loro direttori artistici di inserire i nostri ensemble nella loro programmazione. In questo modo, grazie ai proventi derivanti dall’attività concertistica, i nostri artisti avrebbero potuto accantonare una cifra da reinvestire nella registrazione dei dischi. La proposta era sicuramente sensata, ma si trattava pur sempre di un’iniziativa con pochi precedenti, che non dava nessuna garanzia. Per fortuna, i primi contatti diedero risultati molto positivi, al punto da permettere la registrazione dei primi due volumi della collana, il primo dedicato ad Alessandro Scarlatti con il soprano Maria Caruso e l’ensemble parmense Trigono Armonico diretto dal violinista Maurizio Cadossi e il secondo ai veneziani Benedetto e ad Alessandro Marcello, che vede protagonisti Lucia Cortese e la Camerata Accademica di Padova guidata da Paolo Faldi.

Nel mese di ottobre il primo disco è stato presentato ufficialmente al Convegno annuale della SIdM tenutosi a Matera, suscitando un notevole interesse sia tra gli studiosi sia tra i musicisti presenti, al punto che oggi sono già in programma altri due dischi, dedicati rispettivamente ad Alessandro Stradella e ad Antonio Caldara, compositore di cui nel 2020 si celebra il 350° anniversario della nascita.

Le numerose attestazioni di interesse anche di personalità di primissimo piano e i risultati molto incoraggianti ottenuti con questo sistema, che ha il pregio di mettere in rete i mondi spesso slegati tra loro della musicologia, del disco e dei concerti ci hanno dato fiducia, al punto da pensare a ulteriori sviluppi del progetto, in modo da contribuire ad allargare gli orizzonti di una riscoperta di una parte molto importante del nostro patrimonio culturale. Per questo, oggi siamo alla ricerca di altre rassegne musicali, studiosi, cantanti e formazioni di strumenti originali interessati a entrare a far parte di un progetto che vogliamo fare crescere sempre di più, ad maiorem gloriam dei grandi compositori italiani del XVII e XVIII secolo.

Fonte: Civico 20 News

Cantate di Alessandro Scarlatti
Articolo scritto da Giovanni Tasso


Andiamo alla scoperta del primo volume del progetto cantata varato dalla Elegia Classics, che vede protagonisti il soprano Maria Caruso e l’ensemble Trigono Armonico diretto da Maurizio Cadossi.

Lo scorso ottobre, al convegno annuale della Società Italiana di Musicologia è stato presentato in anteprima il primo volume della nuova collana dedicata alla cantata barocca varata dall’etichetta Elegia lassics, di cui ho diffusamente parlato in un precedente articolo.

Per parlare dei contenuti di questo disco, interamente dedicato ad Alessandro Scarlatti, compositore che nel corso della sua carriera scrisse circa 700 opere di questo genere, e realizzato dal soprano Maria Caruso e dall’ensemble di strumenti originali Trigono Armonico diretto dal violinista Maurizio Cadossi, mi sono rivolto a Creusa Suardi, giovane musicologa pavese, nonché cantante e pianista, che ha curato da vicino l’uscita di questo disco, alla quale cedo con piacere la parola.

 “Alessandro Scarlatti

«Musices instaurator maximus»

Nato a Palermo nel 1660, Alessandro Scarlatti condusse una vita assai itinerante; l’attività di musicista, iniziata ufficialmente nel 1679, lo portò nei centri culturali più importanti d’Italia, tra cui Roma, Napoli, Firenze e Venezia. Tradizionalmente la prima formazione musicale si fa risalire all’incontro romano con Giacomo Carissimi, padre indiscusso del genere della cantata, grazie al quale la forma acquisì la veste definitiva data dall’alternanza di stile recitativo e di stile arioso, quest’ultimo sfociante nell’aria.

Il contributo rivoluzionario di Scarlatti («il più grande innovatore della musica»), rispecchiato anche nei numeri sbalorditivi (601 cantate per voce e basso continuo, 70 per voce e strumenti, 20 a due voci), fu l’introduzione dell’aria col da capo.

Le quattro cantate incise, seppur autonome, sono sottilmente connesse dal fil rouge di una “liturgia profana del dolore”, sia essa terrore dell’abbandono o sgomento di fronte alla morte.

La complessità delle emozioni umane è ben resa dalla voce di mezzosoprano, che il compositore vuole in costante sprezzatura, e che ha insieme carattere virile nell’intensità drammatica e femmineo nell’oscura dolenza dello sconforto. Non manca, tra le sfaccettature interpretative richieste agli esecutori, cifra di spiccata teatralità, un anelito volto al cielo stellato, qui paradiso profano.

Correa nel sen amato, capolavoro scarlattiano, si caratterizza per il contrasto tra l’impiego lucido e serrato del contrappunto nei recitativi, e l’apparente semplicità musicale delle arie. A ognuna di esse corrisponde uno dei quattro umori cari alla dottrina dei modelli di personalità di Ippocrate: malinconico, sanguigno, collerico e flemmatico.

L’espressività richiesta dal testo, data dai mutamenti d’animo del narratore e dal dramma di Daliso e Curilla, si fa musica attraverso l’ornamento disciplinato, mai esasperato; respiri e inflessioni sono le medesime della lingua parlata, cifra stilistica della nascente Scuola Napoletana di cui Scarlatti fu massimo rappresentante.

Segue la cantata Appena chiudo gli occhi, ove il sonno, nemico e ingannatore, mostra all’amata l’immagine irraggiungibile di Fileno, provocando in lei sentimenti contrastanti, che la portano ad asserire «[…] stringo mentre l’abbraccio il mio tormento».

Scarlatti fa abile uso dell’armonia nei due raffinati recitativi che introducono arie formali e misurate: l’instabilità armonica è rappresentazione del dormiveglia, luogo di sovrapposizione tra realtà e finzione. Il violino è qui brillante protagonista, insieme alla voce, nell’illustrare l’insidia celata dietro l’assopimento.

enché o sirena bella, cantata dalla sottile eroticità, è, nella sua concisione, ricca di spunti. Da un lato scorgiamo il livello amoroso codificato nei simboli: il cantore si tormenta per la bellezza della Sirena, descrivendo un piacere raffinato e ricercato.

Su un altro piano incontriamo la Natura terrificante, l’animale mitologico mostruoso, ma seducente. Il gioco tra reale e irreale riappare, portando a equilibri solamente illusori e instabili.

L’aria «Ferma, ferma!» vede, con spiccata trovata retorica, la voce sola in più passaggi, senza accompagnamento: traboccante di pathos e impreziosita dal dialogo interno, termina la cantata.

Dove fuggo, a che penso chiude la “liturgia del dolore” con la sovrapposizione dell’immagine della protagonista a quella della Maddalena nell’iconografia pittorica dell’epoca.

Il senso di rassegnata pietà e di abbandono di Clori in una Natura popolata da mostri, viene marcato dal gesto ampio e disperato del violino, attore al pari della voce a livello narrativo, che chiude con ritornelli due delle arie.

Terminato il testo, esso rinforza la meditazione silenziosa e il senso delle parole. Il basso continuo è affidato all’organo, a sottolineare una sacralità dagli accenti moralizzanti. Scarlatti, abile innovatore, inserisce nello sviluppo della forma uno scherzo finale «Passeggiero, impara, impara!», musicalmente ironico rispetto al testo, a ricordare all’ascoltatore che, in fondo, si è dinnanzi a una sublime finzione”.

Creusa Suardi

Diplomatasi nel 2012 e conseguito il Diploma accademico di II livello nel 2015 in Pianoforte con il massimo dei voti e la lode sotto la guida del Maestro Andrea Turini presso il Conservatorio “Franco Vittadini” di Pavia, Creusa Suardi si laurea in Discipline storiche critiche e analitiche della musica presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano con la votazione di 110/110 e lode. Consegue inoltre il Diploma in Canto lirico nell’ottobre 2019.

Collabora in qualità di musicologa con la Società del Quartetto di Milano, con il Teatro alla Scala, con l’etichetta discografica torinese Elegia Classics e con il RILM.

Relatrice in occasione di diversi convegni e concerti sia in Italia sia all’estero (Lusaka-Zambia, Milano, Genova, Torino), affianca all’attività musicologica quella concertistica, in qualità di solista o in formazione da camera.

Svolge l’attività di bibliotecaria presso il Conservatorio “Franco Vittadini” di Pavia e a breve terminerà un master in Giornalismo presso il Corriere della Sera.

Fonte: Civico 20 News

 

La Elegia Classics prosegue la sua esplorazione del vastissimo repertorio della cantata con un nuovo disco, protagonisti il soprano Lucia Cortese e la Camerata Accademica di Padova diretta da Paolo Faldi.

Articolo scritto da Giovanni Tasso

Per portare avanti il discorso già avviato da tempo sulla cantata barocca italiana, ho chiesto aiuto a Chiara Sirk, cara amica che svolge l’attività di critico musicale dal 1999 per diverse testate nazionali, per le quali ha pubblicato vari contributi, soprattutto nell’ambito della discografia. Ha anche collaborato con l’insegnamento di Discografia e videografia musicale dell’Università di Bologna ed è stata docente di Musica e Liturgia al Conservatorio “Giovanni Battista Martini” della città felsinea.

 “La cantata italiana, intesa quale genere di musica vocale da camera su testo italiano, a partire dal 1620 circa, fino ai primi decenni dell’Ottocento, ha una lunga e gloriosa storia. Genere complesso, considerati i rapporti tra testo poetico e testo musicale, esso fu frequentato da innumerevoli compositori e offre diversi spunti di approfondimento, sia per l’esecutore, sia per l’ascoltatore.

 Si pensi alla scelta dei testi poetici, alle strutture metriche e musicali, allo stile, alla vocalità, agli organici, e, ancora, ai contesti e alle funzioni, alla committenza, alle occasioni, alla diffusione. Oggi la cantata italiana, nella quale si vollero cimentare anche compositori che italiani non erano, patisce questa sua natura così specifica, in un confronto con altro. Allora, dal “non” essere opera, dal “non” essere musica solo strumentale, da un confronto per sottrazione essa non rifulge come merita, con le sue peculiarità che la resero tanto amata nel corso dei secoli. Ben venga dunque, ad aiutarci a riscoprirne i fasti, la collana discografica Glories of the Italian Cantata proposta dall’etichetta anglosassone Elegia.

 Realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Musicologia, l’Università degli studi di Roma, Tor Vergata – Centro studi sulla Cantata italiana, e con Clori, Archivio della Cantata italiana, essa giunge alla seconda uscita. Dopo il primo CD, un doveroso omaggio a Scarlatti, esce una registrazione interamente dedicata alle cantate di Benedetto e Alessandro Marcello. Nel cd Arianna abbandonata & other Cantatas l’interpretazione è affidata alla Camerata Accademica, con Lucia Cortese, soprano, e Paolo Faldi, direttore. Quattro i titoli, tre sono da ascriversi a Benedetto (Arianna abbandonata, che dà il titolo al disco, Quanto fu lieto e Qual turbine) e uno ad Alessandro (Irene sdegnata).

 Dei due fratelli il primo, il più noto, ci ha lasciato una quantità cospicua di musica. Nonostante la sua professione fosse quella di avvocato, come si conveniva a un giovane patrizio veneziano, in realtà lo troviamo dedito in modo quasi febbrile all’arte, alla cultura e, in particolare, alla musica. Poeta e filologo, ma, soprattutto, compositore, ha lasciato oltre 300 cantate, quattro oratori, diversi lavori per teatro tra serenate e drammi per musica, e una consistente produzione strumentale. L’interesse di Benedetto per la cantata si manifestò in modo particolare a partire dal 1713.

Tanto appassionato entusiasmo era condiviso da numerosi altri compositori. Si pensi ai numeri sbalorditivi di Alessandro Scarlatti (601 cantate per voce e basso continuo, 70 per voce e strumenti, 20 a due voci), che al genere contribuì introducendo l’aria col da capo. Da Tommaso Albinoni, altro veneziano, al modenese Antonio Maria Bononcini, da Giacomo Carissimi a Georg Friedrich Händel. La fioritura di cantate ha vari motivi. Per Benedetto Marcello essa certamente fu un campo di continua sperimentazione, pur mantenendo fermi i capisaldi della forma.

Le sue cantate si presentano con la tipica alternanza di recitativo e aria, dove il primo ha il ruolo di introduzione e di stacco tra le due parti più liriche. Lo stile vocale si avvicina all’ideale del “belcanto” settecentesco. Agli strumenti il compositore riserva una scrittura ricca ed elegante, esaltandone il ruolo.  La compagine della Camerata Accademica, qui alla sua prima incisione, nata nel 2015 da un’idea di Paolo Faldi di formare un ensemble di giovani musicisti specializzato nel repertorio barocco e classico con strumenti storici, o, come si usa dire oggi, con prassi storicamente informata, affronta la scrittura brillante con perfetto trasporto, trasmutandolo, all’improvviso, nei momenti di struggimento e pathos in un dolente incedere. 

Il direttore Paolo Faldi evidenzia la sua lunga consuetudine con il repertorio barocco, rendendo palpabile la caratura emotiva, i moti dell’anima di cui queste pagine sono intrise. Lucia Cortese aderisce finemente a una musica che richiede cospicue doti interpretative per mettere in rilievo la scrittura, elegantissima, ma piena di insidie. La solista padroneggia la voce nei momenti di estenuata lentezza come in quelli che richiedono agilità in quell’alternanza di affetti che tanto piaceva ai compositori come al pubblico di questo volgere del secolo, tra Sei e Settecento.

Tra cangianti linee melodiche che mutano conformemente al testo e al ritmo, e arie di “affetto” le Cantate sono un banco di prova per la voce e per gli strumentisti. Qui tutti danno un’ottima prova di duttilità e di aderenza alle esigenti caratteristiche del genere. Il risultato è un disco che sorprende per la ricchezza di situazioni e la convincente prova interpretativa ed esecutiva, espressione di una maturità artistica risultato di un evidente, approfondito impegno”.

Fonte: Civico 20 News

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